ARTICOLI

Tour ornitologici

La costa ligure da Varazze alla Provenza viste dal mare

Agosto 2016, Lucio Raggi

Gambecchio comune
Gambecchio comune

 

 

 

Iles de Lèrins - Sono due isole parallele alla costa. La più grande (santa Margherita), della lunghezza di circa 3 Km, è quella più prossima a terra, a circa un miglio da Cannes. La più esterna, un terzo di dimensione rispetto la precedente, è gestita da una comunità di religiosi (un tempo eremiti) che hanno fatto il voto del silenzio. In questa, oltre al bel monastero, c'è la Torre della famosa 'maschera di ferro' dove ai tempi di Luigi IV era detenuto il personaggio citato nel romanzo di Dumas. Chi ha la possibilità di una imbarcazione pone l'ancora tra le due isole trovando protezione dal mare; in alternativa c'è un traghetto da Cannes. Nel lato ovest dell'isola maggiore, interamente coperta da foresta mediterranea molto ben conservata, c'è uno stagno salmastro. La zona è sottoposta a protezione integrale, interamente delimitata da filo spinato che ne impedisce l'accesso e gestita con la proverbiale attenzione che solo i francesi sanno fare (sentieri ben tenuti, pulizia assoluta, pannelli indicativi). E' presente, estiva e nidificante, una grossa colonia di sterne. Molti colombacci (non ho visto tortore selvatiche), Luì, Occhiocotto, Magnanina, Capinera, Martin pescatore, Pantana e l'immancabile Piro piro piccolo, sono stati gli avvistamenti più frequenti. Immagino sia particolarmente attrattiva nei momenti di migrazione dove certamente si osserverà ben altro. Attrezzate due postazioni, nord-sud, ottime per sbinocolare, ma inadeguate per la fotografia naturalistica.

 

Nell'isola dei frati, oltre a fagiani selvatici e veramente tanti colombacci, osservato il fraticello e piccoli silvani. Nelle basse e piccole isolette sassose prossime e disabitate nidificano i gabbiani. Luogo complessivamente incantevole, ma se sei vogliono fare buone foto è richiesto tempo e diversi sopralluoghi.

 

Calanques di Marsiglia . Più precisamente "Ile Ratonneau" di poco a S-W di Marsiglia. Isole spoglie e sassose, un tempio presidio militare. Anche se nella più settentrionale viene indicato un luogo "per osservare uccelli" la mia ispezione ha evidenziato solo una moltitudine di gabbiani reali, una coppia di Cornacchia nera, qualche Marangone dal ciuffo sulle rocce delle scogliere e nulla più. Il luogo sarebbe indicato per il Falco della Regina (non visto), per le Monachelle (assenti) e per il Passero solitario (non osservato). Considerata la posizione strategica è probabilmente punto interessante nel periodo di migrazione dei rapaci. Salvo settembre e marzo credo non sia da perderci del tempo.

 

Port de Bouc - Purtroppo ci sono capitato durante tre giorni di maestrale con raffiche fino a 60 nodi che non mi hanno dato modo d'ispezionare. Il golfo, nel complesso bruttino in quanto sede di raffinerie di petrolio, è circondato da diverse zone umide che arrivano ad ovest alla foce grande del Rodano. Dal piccolo porto con un gommone si può rimontare il largo canale che porta ad un lago interno; anche se la zona è piuttosto antropizzata sul lato sud-est di questo grande specchio d'acqua ( Camping le Jai ) è presente uno stagno certamente interessante. Osservati solo cinque cigni reali in volo.

 

Ile des Embiers ( o Embiez ) - 43°04'33.42"N - 5°47'22.02"E - Questo è un angolino molto interessante con un biotopo salmastro che con acque molto basse che si collegano al mare. E' zona protetta dove sono presenti vasche ad acqua ferma e argini ricavati da bonifiche. La parte vegetata dell'isola è zeppa di pernici rosse; avvistati anche fagiani, colombacci, un succiacapre e la sera udito un assiolo. La zona salmastra, percorribile sugli argini e ponticelli in cemento, ospita la fauna classica. Osservato: martin pescatore, pantana, i tre piro piro classici, gambecchio, fratino, corriere (grosso e piccolo, con diversi soggetti giovani), un voltapietre e, purtroppo in grande distanza, forse anche un falaropo (per il caratteristico sistema di muoversi in pastura nell'acqua bassa). Sterne, beccapesci, fraticelli, gabbiano comune e un gabbiano roseo. Notevole disturbo per giovani che corrono e adulti che passeggiano. Non è presente alcun riparo e gli scatti fotografici sono eseguibili in brutta posizione diagonale. Angolo ottimo per birdwatching anche se poteva essere sistemato meglio.

 

Isole d'Hyères - Nella penisola che dal continente si protende verso le Porquerolles è presente una vasta zona acquitrinosa che, pià a nord, viene sfruttata a saline. Qui si possono osservare i primi fenicotteri. La zona, che ho ispezionato, è interamente delimitata da un canale profondo che la circonda, inoltre è chiusa da recinzione a paletti con filo spinato che ne impedisce l'accesso. Troneggiano cartelli di massima tutela con la scritta "accesso rigorosamente interdetto". Nel complesso visto poco: anatidi solo germani (una volpoca distante in volo ), folaghe, gallinelle, un porciglione, due chiurli maggiori in volo, diversi laridi e qualche limicolo. Della piccola fauna ornitologica il più frequente è il Beccamoschino. Un vero peccato perchè il biotopo è importante e se fosse più fruibile sono certo riserverebbe buone sorprese. Bene l'integralismo, ma qualche angolo utile, magari attrezzato, per gli appassionati non ci starebbe male. Deve essere un luogo importante in periodo invernale. Sulla punta sud della penisola ho avuto il fortuito incontro, su scogli in riva al mare, di un chiurlo piccolo che mi ha consentito i migliori scatti dell'estate.

 

Is. Porquerolles - Molto vegetata. Piccola fauna tipica e avvistato anche l'unico rapace dell'estate, un Falco Eleonorae. Fagiani, pernici rosse ed alcuni marangoni. Qui, alta in volo, ho osservato la prima Sula della mia vita. A buio i versi delle Berte maggiori che, dal mare aperto, rientrano nei nascondigli delle rocce.

 

Camargue - Abbiamo messo ancora nei bassi fondali (noi non andiamo mai nei porti ..) di rimpetto a S. Marie de la Mère tra i due bracci del Rodano. Paese dei gitani, dei cavalli e delle corride. Il luogo è molto gradevole; presenza di turismo di massa per le lunghe spiagge sabbiose, ma ben gestito. Per me è stato il punto d'ingresso nella Camargue. Solo un giorno ho noleggiato una vettura e girato un po'. Beh! Che dire..! Per un appassionato la Camargue è il paradiso in terra, anche se in agosto si può osservare un cinquantesimo di ciò che si può vedere ad esempio a fine febbraio. Moltissimi passeri come non vedevo da tempo ( qui c'è la specie Oltremontana), molte rondini (vista anche la 'rossiccia') e balestrucci. Fenicotteri a iosa, ma che io non amo particolarmente. Ad esclusione di averle (vista nemmeno una) e dei rapaci (totalmente assenti) per il rimanente parecchie belle cose, dal Cuculo dal ciuffo alla Ghiandaia marina. Diverse upupe, Beccapesci e la poco comune Rondine di mare maggiore. Purtroppo non ho visto il Basettino, che ho cercato e mi interessava, ma penso che sia più frequente invernante. I terreni coltivati della zona interna sono quasi tutti privati e cintati con accesso impedito. Se non si vuole perdere troppo tempo vale una visita al Parco Ornitologico di Pont de Gau, dove almeno, anche per la presenza di buoni capanni, si può osservare da vicino e fotografare bene. Molti ardeidi, vista anche una coppia di Spatole. Diverse varietà di limicoli ( Avocette incluse) e laridi. Fenicotteri come se piovesse, e la solita nutria che è arrivata anche qui ... Bella camminata zaino in spalla. Mi è rimasta una gran voglia della Riserva Naturale della Crau che non ho avuto modo di vedere; qui c'è l'Occhione, la mitica Gallina prataiola, oltre a diversi alaudidi e rapaci. Prima o poi devo ritagliarmi tre o quattro giorni per scorazzare in questo posto definito "unico" dagli addetti ai lavori.

 

Le fiumarelle della Liguria - Non certo da trascurare casa nostra, anzi ....! Sono andato a guardarmi il torrente ( questo con acqua perenne ) che sfocia in mare a Ventimiglia, quello di Bussana (del tutto asciutto e subito abbandonato), quello di Imperia e quello (il Sansobbia) di Albissola Marina. Il primo, zeppo di poveri extracomunitari che pernottano sul greto e attraversano a piedi il confine per entrare in Francia, mi ha regalato l'incontro ravvicinato con uno stupendo fagiano dorato. Certamente aufugo, ma bene in piuma e decisamente integrato. Poca cosa negli altri due, mentre il Sansobbia, come dicevo, è quello che ha donato maggiori soddisfazioni.

 

Lucio Raggi

 

 

 

Corriere gommato

Tre minuscoli corrieri piccoli appena arrivati dalla migrazione sostano nel letto asciutto dell'Adda, nel suo tratto lodigiano. Le piene autunnali hanno rimosso e rimodellato i fondali creando barene e isolotti. Il fiume adesso divaga in corsi che si separano e si ricongiungono; tratti di corrente forte e  tratti in cui il corso dell'acqua rallenta fino a fermarsi, e il sole se la beve. Il posto sembra selvaggio, ci sono tronchi affioranti e alberi divelti. C'è stato un tempo in cui il fiume ogni tanto riportava alla luce vicende passate: canoe preistoriche, scheletri di primitivi amanti, reperti da museo. Adesso  normalmente il fiume seppellisce e diseppelisce cadaveri di gomme, plastica di ogni tipo, avanzi dell'odierno e del passato prossimo. Nulla che possa interessare a un museo, forse bisognerà attendere qualche millennio: qualcuno troverà  questi pneumatici e ci imbastirà sopra il racconto di una (in)civiltà scomparsa. I corrieri piccoli  sono comunque belli e riscattano la visione delle brutture.  


Sport vs ambiente

 

Sport e ambiente costituiscono un binomio che viene spesso indicato per definire il contesto di relazione tutto positivo e quasi inscindibile tra i due termini. Un contesto che richiama cose belle, utili e salutari; prestare attenzione a sport e ambiente vuol dire occuparsi della qualità della vita, propria e degli altri. Un contesto così positivo che trova il massimo delle attenzioni, almeno a livello intenzionale, anche da parte della politica. Qualsiasi politico di qualsiasi appartenenza sa che “promettendo” più sport e più ambiente si garantirà il massimo del consenso. Di lì a dar corso e spesso realizzare impianti sportivi e “parchi” di quartiere, piuttosto che intercomunali e regionali il passo è breve. Si va sul sicuro sapendo che il massimo del consenso popolare che si otterrà e il supporto di tutti i media, che è direttamente proporzionale al numero dei possibili fruitori coinvolti, faranno superare anche le difficoltà di tipo economico che si dovessero presentare e qualche perplessità di tipo procedurale in cui facilmente incorrono le iniziative pubbliche, e private, quando abbiano a che fare con procedure pubbliche.

Tralasciando la realizzazione di nuovi parchi, di cui peraltro ci sarebbe tanto da dire, e concentrandosi sullo sport, inteso come pratica e come nuove realizzazioni impiantistiche al servizio dello sport, si possono trovare non pochi argomenti che mettono in crisi il rapporto ormai consolidato tra sport- ambiente o sport -natura. Non sempre infatti le cose funzionano come dovrebbero o come si vorrebbe far credere che funzionino. Sempre più frequentemente lo sport non si sposa con l’ambiente ma lo usa, lo peggiora, lo cancella.

Parole controcorrente ma prima di giudicarle temerarie o esagerate proviamo a esporre alcuni motivi per dimostrarne la fondatezza.

 

Sport che “consuma” l’ambiente

Uno dei temi della modernità che si è fatto strada negli ultimi anni – a dire il vero più come pensiero teorico che nella pratica - è quello del consumo del suolo, o meglio della salvaguardia del suolo dal consumo. Tema all’ordine del giorno dell’urbanistica che ha a che fare con la pianificazione, con la redazione dei cosiddetti “piani di governo del territorio” che si sono sostituiti ai vecchi” piani regolatori” nel nome ma che nei fatti continuano a mettere semplicemente ordine alla distruzione del territorio, compito spettante agli architetti-urbanisti, disinvolti ad assecondare politici e committenti (o politici committenti), suggerendo a questi ultimi le chiavi di volta per far passare come “valorizzazione” gli interventi più discutibili o deleteri.

Tra questi non manca quasi mai l’inserimento in parchi o aree verdi preesistenti di qualche struttura o impianto sportivo: campi di gioco, palestre, stadi, palazzetti, piste, ecc., strutture destinate comunque, anche al di là di improbabile buone intenzioni, a deprivare un ambito territoriale ambientale dei suoi aspetti e dei suoi valori specifici. Due sono le motivazioni che vengono addotte: nel “verde” un impianto sportivo ( che per le funzioni, i fabbricati, i parcheggi, le strutture di servizio, si sovrappone e cancella il verde) è più compatibile in quanto anch’esso elemento salutare e volto al benessere. Sono così potuti nascere autodromi dentro parchi storici, palazzetti dello sport in aree a giardino, stadi nei campi, campi da golf al posto di campi di grano.

La seconda motivazione è che il territorio “libero” attrae e al tempo stesso fa paura ai politici e agli architetti-urbanisti. Per i primi lasciare “libero” un territorio vuol dire non applicarsi, non intraprendere un’opera redentrice e valoriale del territorio per la quale si sentono “inviati” e per la quale ritengono di aver ricevuto il mandato politico ( sviluppare il proprio territorio…) dalle proprie comunità di appartenenza.

Per i secondi prevale la paura barbarica dell’horror vacui per la quale un territorio, anzi scendiamo un gradino sotto, i terreni lasciati liberi sulle carte dei vari piani di cui spesso loro stessi sono ideatori e depositari, sembrano sempre disponibili. Se parlate con qualcuno di questi pianificatori che fungono da paravento e consiglieri dei vari assessori all’urbanistica – non a caso questi ultimi, visto che devono "valorizzare", quasi sempre con curricula afferenti all’ambito economico/commerciale- sentirete che per indicare questi terreni liberi useranno l’espressione “lì non c’è niente…” ( e magari invece c’è un mondo, magari ci sono ali…). Dunque, se non c’è “niente”, ci si può mettere di tutto.

Pensiamo alla realizzazione di un campo da golf dove prima c’erano campi coltivati, prati, incolti, cioè “niente”… Non c’è nessuno, spesso nemmeno tra le associazioni ambientaliste, che si solleva per opporsi alla loro realizzazione, anche se si tratta di deturpare e stravolgere un ambito ambientale importante per garantire quel poco o tanto di biodiversità che rimane, per garantire il paesaggio, quel paesaggio a cui il Codice dei Beni culturali e del “Paesaggio” dedica un terzo dei suoi articoli. Si ritiene – a torto- che il golf sia uno sport ecocompatibile, naturale, rispettoso dell’ambiente, e così le amministrazioni rilasciano i permessi, i cittadini sono convinti che “non faccia male” e non c’è consapevolezza di quello che andrà perduto.

Un esempio facile: il Golf nel Parco di Monza. Si tratta di un impianto realizzato negli Anni Venti del XX secolo, altri tempi. Venne completamente distrutto il precedente impianto arboreo e monumentale del Parco e al suo posto ora ci sono i 94 ettari del campo da golf. Tutto sommato anche le preoccupazioni ambientaliste che ogni tanto si sollevano a difesa del Parco di Monza lasciano in seconda posizione il campo da golf, in quanto ritenuto di minor impatto rispetto ad altri impianti (sportivi…) ritenuti più distruttivi. Come dicevo si tratta di una pura illusione: il campo da golf vuol dire consumo esorbitante di acqua pubblica, vuol dire per esempio che il fontanile Pelucca, che sgorga(va) all’interno dell’area dove è stato ricavato il campo e con la sua asta fluviale percorre e caratterizza un buon tratto di parco, rimanga pressoché sempre privo d’acqua, captata con pozzi artesiani direttamente nel suo bacino freatico naturale per innaffiare i green. Vuol dire che nei tappeti erbosi del campo da golf si utilizzino centinaia di chilogrammi all’anno di pesticidi, diserbanti ormonici e antigerminanti, fungicidi, insetticidi, concimi chimici. Vuol dire che gran parte dei sottoboschi (rimasti) sia deprivato della vegetazione arbustiva, ritenuta fastidiosa per la gestione della pratica sportiva ( si perdono le palline…). Vuol dire infine che l’impianto venga infrastrutturato con opere primarie e secondarie come deve essere un campo per la pratica sportiva moderna. Per i semplici di cuore, tuttavia, si tratta pur sempre di un sano sport “ecologico”, come fa credere loro la pubblicità.

Esempi di impianti sportivi che consumano e trasformano in altro l’ambiente ce ne sono tantissimi, si va dalla cementificazione di coste per realizzare attracchi per la nautica da diporto sportiva e turistica, agli impianti sportivi di risalita che frammentano boschi, modificano i profili dei pendii, cementificano e urbanizzano territori alpini di alta montagna, deturpandone il paesaggio con gli impianti e le infrastrutture annesse. Avviene dappertutto, in Val di Rhemes, in pieno Parco Nazionale Gran Paradiso, una pista è stata realizzata a scapito di un lariceto secolare, sono state realizzate imponenti opere di difesa della pista dalle valanghe - pali e reti metalliche alte 4 metri che annichiliscono quella che un tempo era la magia del bosco -, si sono installati gli impianti dei cannoni sparaneve. La pratica sportiva e gli interessi economici annessi hanno prevalso sul dovere della difesa del paesaggio e della natura che, per un Parco Nazionale, avrebbe dovuto essere compito primario. Una volta arrivati alla base delle piste gli “sportivi” trovano a loro disposizione alcuni campi da tennis e da calcetto ricavati a danno degli splendidi prati verdi che rendevano meraviglioso e “alpino” un paesaggio unico. Senza poi considerare  l’incongruenza di omologare lo specifico della montagna a quello del contesto cittadino, facendo fare agli sciagurati vacanzieri le stesse attività fisiche del periodo lavorativo.

Si possono trovare molti altri esempi di consumo diretto del suolo e di “ambiente” da parte di un’impiantistica sportiva non solo priva di remore e non di rado anonima o brutta, e non si sa dire quale delle due categorie sia peggio.. ma quasi sempre incentivata e “necessaria” allo sviluppo dei territori; ci siamo però capiti e conviene passare alla seconda modalità in cui si manifesta la simbiosi saprofitaria tra sport e ambiente, ovvero l’impatto della pratica sportiva diffusa e invasiva sull’ambiente, dei vecchi e nuovi sport che sempre più hanno la necessità di utilizzare l’ambiente come materia prima.

Sono innumerevoli e non si può che esemplificare citando solo qualche caso, pescato tra attività sportive tradizionali e nuove o nuovissime.

Le tradizionali attività sportive che si svolgono all’aria aperta e entrano in conflitto con l’ambiente naturale sono quasi tutte quelle motoristiche: motocross, trial, motonautica, ecc..

Il motocross viene pubblicizzato con campagne che fanno leva sul senso di libertà di questa sana passione: “vivi il tuo tempo a contatto con la natura…”, e il tipo lo vive. Si impastoia in tuta casco e stivaloni, inforca una moto smarmittata e si butta a tutto gas su strade di campagna, bordi dei fiumi, sentieri nei boschi ecc. I risultati: rumore assordante in luoghi deputati alla pace, erosione del terreno e sentieramento incongruo, messa in fuga e in pericolo degli animali presenti nei luoghi interessati, pericolo per chi, magari alla ricerca vera del “contatto con la natura” si trova a frequentare gli stessi luoghi.

Motonautica, uno va al lago o al mare per farsi una vacanza e riposarsi in pace, per godere delle qualità naturalistiche e artistiche dei luoghi e si trova a dover convivere con il rumore e il fastidio di motoscafi e moto d’acqua, con il loro ingiustificato inquinamento, spesso con la volgarità burina dei piloti.

Ci sono poi gli sport nuovi, spesso importati dagli Stati Uniti e diffusisi molto presto grazie a massicce campagne di propaganda veicolate dall’industria dell’abbigliamento sportivo e da quella turistica, e così ecco che luoghi rimasti baluardi di tranquillità e zone ecologiche vitali per la sopravvivenza di specie rare e fragili vengono “conquistati” commercialmente e messi a produzione, “valorizzandoli” come si suole dire, rendendoli accessibili a schiere di sportivi super attrezzati e super tecnologici, dotati dei mezzi necessari a consumare l’ambiente.

Pratiche sportive che nascono estreme e poi, a mano a mano che diventano “mercato” si diffondono rivolgendosi a un pubblico di sportivi meno specializzato. Canionyng, che porta gente in ambienti mai prima percorsi e dove una particolare fauna, anche avifauna, si trova a dover fare i conti con un disturbo antropico che impedisce abitudini alimentari e riproduttive. Arrampicata estrema, che porta scalatori su pareti una volta esclusivo regno e luogo riproduttivo di falchi e specie da roccia.

Sci fuori pista che, anche quando gli sciatori non vengono portati al punto di partenza con gli elicotteri.. reca un grande disturbo a specie alpine che non abbandonano mai gli alti territori , come per esempio le pernici bianche, che necessitano di tranquillità, seppellite anche per giorni nella neve per resistere al freddo più intenso, che in queste situazioni vengono fatte involare mettendole in condizioni di non poter soddisfare le loro esigenze vitali.

Ora si stà diffondendo anche il ciclismo fuoristrada in alta montagna. La bicicletta, si sa, è considerata sport ecologico per antonomasia ma, quando si consente che i sentieri alpini, anche i più difficili, siano percorsi a tutta velocità da accessoriati ciclisti in fregola di adrenalina, che si fanno strada al grido di Pistaaa! Rovinano la struttura dei sentieri rendendoli più soggetti al lavoro di distruzione provocato dal ruscellamento; si porta gente, rumore, disturbo in biotopi che perdono il loro valore ecologico e di salvaguardia. In tutti i luoghi si può andare, anzi tanto più questi sono estremi, tanto più adrenalinico e sportivo sarà arrivarci, tanto più impresa sportiva si avrà la sensazione di avere compiuto. I luoghi difficili e appartati erano ancora quelli-forse gli unici- rimasti a molte specie  per potervi esplicare le funzioni vitali.

Per finire due “pratiche sportive” che davvero non possono fare a meno di consumare la natura: caccia e pesca.

La pesca è considerata meno invasiva e tutto sommato tollerabile; in parte è vero, ma solo in parte. Se si pesca in luoghi “tradizionali”, rive di laghi, fiumi, canali già frequentati o già urbanizzati non vi sono problemi . Quando però la pesca viene esercitata in alcuni tratti di fiume o sponde di lago rimaste naturali, habitat costituenti l’ultimo baluardo per la riproduzione e l’alimentazione di specie di particolare rarità, allora diventa un problema. Bisognerebbe tener conto di queste situazioni e vietare la pesca in alcune zone e/o in alcuni periodi. Facile a dirsi ma impossibile da attuare: i pescatori sono un numero rilevante, sono super attrezzati, spendono tantissimo per esercitare la loro attività, votano... dunque.. chi tocca muore!

La caccia è la pratica “sportiva”che massimizza il danno che lo sport reca alla natura, nel senso che interviene in forma diretta a diminuirne l’entità, come numero di specie faunistiche e  rendendo inospitali, per animali e persone, i luoghi naturali in cui viene esercitata.

Luoghi naturali sempre più rari e ridotti per estensione, dunque con maggior concentrazione di sparatori. Inutile far rilevare, come qualcuno fa, che il numero dei cacciatori sia in  diminuizione o al massimo,  stabile nelle regioni culturalmente seriori, il territorio idoneo alla caccia diminuisce in proporzioni ancora maggiori, risultato: la poca fauna che rimane viene sistematicamente massacrata e, non bastando, si organizzano spedizioni “sportive” in zone extranazionali.

L’ambiente naturale o semplicemente libero da capannoni, strade e agglomerati edilizi vari, in molte aree territoriali è molto scarso ma proprio per questo rappresenta comunque un'ultima possibilità di sopravvivenza per molte specie ormai sulla soglia dell’estinzione, eppure, anche di queste specie di cui si fatica a mettere insieme qualche osservazione, viene consentita la caccia, come se nulla fosse cambiato dall’800 a ai nostri giorni, come se non fosse intervenuta nessuna modifica ambientale. Si spara alle allodole, una specie amata dai poeti, come si è sempre sparato, anche se adesso questa specie è diventata rarissima in ampi territori. Si potrebbero fare innumerevoli analoghi esempi ma non vale la pena, prendersela non si può: bisogna essere civili ed equilibrati e tollerare - al massimo commiserandone lo stato di minorità culturale- chi spara alla cosa pubblica, e nel caso dei birder e tanti altri naturalisti, categorie in cui mi ci ritrovo, si deve tollerarre chi scarica bordate di piombo sugli oggetti del loro interesse, in fondo sparano per amore, per amore della natura....

Ottobre 2012

Abbasso la caccia

Nella fotografia si vede una femmina di picchio rosso maggiore uccisa dai cacciatori nelle campagne tra Agrate e Omate. Il picchio è una specie protetta ma questo fatto non è bastato per evitarne l’uccisione da parte di poveracci (culturalmente) armati che si aggirano- a metà gennaio, quando la pochissima fauna sopravvissuta alle fucilerie è stremata dal freddo e dalla fame- per i campi, tra i capannoni e le strade, a dare l’assalto a quel che resta . Resta veramente poco e così tutto fa brodo. Se raccontate questi fatti a un cacciatore vi dirà che si tratta di bracconieri o di un errore…Devono essere veramente tanti i bracconieri o i cacciatori che non conoscono le specie protette e probabilmente nemmeno quelle non protette; si, perché va anche detto che gli “esami” che devono sostenere per il rilascio della licenza di caccia sono tenuti dalle associazioni dei cacciatori, una cosa fatta in casa … Per non dire dell’assurdo di inserire tra le specie cacciabili, liste sempre fatte dagli “interessati”, specie rare o in forte rarefazione.

Ogni anno vengono uccisi migliaia di uccelli protetti per”sbaglio”, dal bracconaggio o consapevolmente. Ne è prova che i centri per il recupero degli animali feriti, a partire dall’apertura della caccia , anzi meglio sarebbe dire delle cacce perché ogni regione e ogni provincia si distinguono nella fattispecie per intraprendenza, si riempiono, soprattutto di rapaci, tutti protetti.

 

Tra due settimane la caccia terminerà, non dappertutto perché il parlamento italiano ha fatto passare una legge che consente di andare avanti anche in febbraio, in deroga, in molte province a cacciare la fauna migratoria; giusto perché 5 mesi di caccia sono pochi e poi una bella accoglienza a base di fucilate a creature che arrivano stremate dal viaggio migratorio va ben data…

Finalmente si potrà tornare ad andare in giro per le campagne e in tutti gli ambienti naturali senza il pericolo di essere impallinati e senza vedere gente armata che aspetta di vedere qualcosa da far fuori. Due domeniche fa ero lungo l’Adda, tra Airuno e Brivio, nebbia e tutto bianco per il gelo, nel fiume folaghe , cigni, germani; bellissimi moriglioni, una rara strolaga mezzana (nelle novità di gennaio), sull’alzaia ogni tanto passava qualche ciclista, qualcuno faceva corsa, qualcuno camminava. A dieci metri dall’acqua, a cinque dall’alzaia, c’erano tre cacciatori appostati, fucile in mano, in attesa che qualche anatra o altra specie “uscisse” dal fiume per spararle. La cosa incredibile è che erano giovani , non come si dice anziani a cui non è dato chiedere di chiudere con una pratica distruttiva e fuori dal tempo, giovani, ai quali auguriamo che Diana  riservi la fine di Atteone. 15.01.2011

Black power

Potere nero, ecco due specie di successo, che in controtendenza rispetto a molte specie di uccelli in declino si sono fatte strada e sono diventate una consuetudine visiva, si può dire  quotidiana per le cornacchie (grigie), diffusissime ovunque, nelle campagne come nelle città e   abbastanza comune lungo i fiumi e gli specchi d'acqua per il cormorano, una specie che solo due decenni fa si poteva incontrare solo in determinati tratti di costa marina. Cosa è avvenuto ? Cosa c'è alla base del loro successo? Più fattori, il primo dei quali è certamente la loro spiccata intelligenza, che permette loro di mettere in atto gli adattamenti necessari per sopravvivere ed espandersi in nuovi territori. Gli consente  di adottare le strategie per convivere con l'uomo, anzi, di trarre vantaggio dalle attività umane. Le cornacchie sono campionesse di adattabilità e sono imbattibili in quanto a scaltrezza. Per esempio hanno imparato a nutrirsi con i rifiuti contenuti nei sacchetti dell'immondizia: sono quasi sempre loro le responsabili del "disastro" che si trova intorno ai sacchetti del pattume, che vengono lacerati e rovistati alla ricerca di avanzi commestibili.  La nostra società è una grande produttrice di rifiuti e dunque il cibo alle cornacchie non manca mai, siamo noi che le alleviamo... Per questo la loro popolazione è esplosa, oltre al fatto di di essere longeve,  non hanno  praticamente nemici naturali, nemmeno l'uomo: la caccia alle cornacchie è consentita  ma, di fatto, è resa impossibile dalla loro contiguità con l'ambito urbano e le attività umane.  Quasi lo stesso discorso vale per i cormorani, anche se qui i numeri sono molto più limitati e la loro dislocazione è più  direttamente legata  alla presenza di fiumi o superfici acquoree dove pescare, in immersione, il pesce di cui si nutrono, e sono pescatori che non sbagliano un colpo! Sono dunque due specie che sollevano una serie di questioni e per molti sono troppo numerose e invadenti. Ci sono ragioni oggettive per considerare problematica la loro eccessiva diffusione  e forse quella che lo è di più è l'essere il sintomo di una rottura dell'equilibrio naturale, di qualcosa di anomalo.  Le categorie più sensibili alla proliferazione di queste due specie sono però due categorie direttamente motivate perchè colpite nei loro "interessi": cacciatori e pescatori. I cacciatori imputano alle cornacchie la forte predazione dei nidiacei di quelle che dovrebbero essere loro "prede" esclusive, e così fanno i pescatori avverso i cormorani, che  rubano loro il pesce. Di per sè la cosa è anche vera, gli effetti sono tuttavia esagerati da parte di tutte e due le categorie, lo sono un po' di meno per i cacciatori in quanto effettivamente le cornacchie sono in grado di incidere significativamente sulla popolazione di molte specie di uccelli, di cui prelevano i nidiacei o gli individui meno forti.

Soluzioni facili non ce ne sono e non sembrano alla vista: già  altre volte si è visto che a situazioni anomale di crescita sono poi seguiti crolli improvvisi, dovuti a cause disparate, che hanno riportato in equilibrio la situazione. Sarebbe più utile prima di mettere in pratica qualche startegia di controllo, avere qualche maggior riscontro scientifico e quantitativo, iniziare con il monitoraggio delle popolazioni, registrarne le caratteristiche: conoscere, capire, (eventualmente) agire. 08.07.2010

Gli uccelli nell'arte

Prossimamente, dopo la letteratura vediamo anche alcuni esempi di raffigurazioni artistiche, pittura e scultura, di uccelli. L'articolo e il materiale iconografico è in preparazione, per intanto, come assaggio, provate ad individuare le specie presenti in questi importanti dipinti della grande tradizione artistica italiana e renana e magari, se siete proprio bravi, individuate anche di quali dipinti si tratta...

Uccelli: materiali poetici

Amore, cuore, fiore... sono tra le parole più scontate del linguaggio poetico, quelle che si trovano nella grande Poesia come anche nelle carte dei cioccolatini o nei libri del Moccia; fanno parte del repertorio simbolico di cose che sostiene e dà forma a tanta parte della poesia italiana.

Si può insomma dire che queste parole e altre molto note, designano una casistica di oggetti e concetti che formano il complesso dei cosiddetti "materiali poetici".

Tra questi "materiali" non è infrequente imbattersi in qualche specie di uccello che di volta in volta fa la sua improvvisa apparizione- presagio o evocazione- e diventa momentaneo soggetto allegorico di un sentimento, di una diversa e più alta vicenda esistenziale. Qualche volta è addirittura tutto il componimento lirico che ruota intorno alla figura di un uccello, visto come figura di rispecchiamento di una o più vicende umane.

Ripercorrendo con la memoria un po' di autori e opere della poesia italiana del '900 ci si accorge di quante volte la descrizione poetica di uno stato d'animo sia resa per analogia attraverso la nominazione di un uccello, vuoi per il suo volo libero, per il canto gioioso o malinconico, la vivacità dei colori, la sua necessità di migrare, e di ritornare...

Naturalmente ci sono alcune specie che godono di grande popolarità e sono le preferite dai poeti, si pensi alle rondini; altre, un tempo popolari sono in seguito diventate molto rare e quindi fuori dalla portata visiva e dall'imaginario degli autori e di noi tutti.

 Ho pensato di fare cosa utile inserendo qualche riferimento poetico, dove conosciuto e significativo, ponendolo al termine della galleria fotografica o dei video delle singole specie elencate nella  voce Galleria della home page.

 

Un articolo così deve necessariamente finire con almeno una poesia dimostrativa di quanto si è detto. Ne ho scelte due, che hanno come protagoniste una specie poco nota, l'averla, e una molto nota, la rondine.

 La prima è di Umberto Saba ed è tratta dalla raccolta "Uccelli" del 1948, confluita poi nel suo "Canzoniere".

 

 Il fanciullo e l'averla

S'innamorò un fanciullo d'un'averla.

Vago del nuovo- interessate udiva

di lei, dal cacciatore, meraviglie -

quante promesse fece per averla!

 

L'ebbe; e all'istante l'obliò. La trista,

nella sua gabbia alla finestra appesa,

piangeva sola e in silenzio, del cielo

lontano irraggiungibile alla vista.

 

Si ricordò di lei solo quel giorno

che, per noia o malvagio animo, volle

stringerla in pugno. La quasi rapace

gli fece male e s'involò. Quel giorno,

 

per quel male l'amò senza ritorno.

 

 

La seconda  poesia è di  Franco Fortini ed è tratta dalla raccolta "Una volta e per sempre" .

 

La gronda

Scopro dalla finestra lo spigolo d'una gronda,

in una casa invecchiata, ch'è di legno corroso

e piegato da strati di tegoli. Rondini vi sostano

qualche volta. Qua e là, sul tetto, sui giunti

e lungo i tubi, gore di catrame, calcine

di misere riparazioni. Ma vento e neve,

se stancano il piombo delle docce, la trave marcita

non la spezzano ancora.

 

Penso con qualche gioia

che un giorno, e non importa

se non ci sarò io, basterà che una rondine

si posi un attimo lì perchè tutto nel vuoto precipiti

irreparabilmente, quella volando via.

 

07.04.2010

Posatoi, a qualcuno piace strano

C’è chi ama  il giro del fumo…

Chi ama sentirsi elettrizzato..

Chi mette i paletti..

 

Chi fa la guardia ai cancelli...

Chi si è messo a stecchetto...

Chi si è fatto la barca... chi farà il pompiere..

C'è perfino chi studia da archeologa...

24 marzo 2010

Fine dell'inverno, stop all'alimentazione nelle mangiatoie artificiali

 Con l'inizio di marzo, salvo qualche colpo di coda, possiamo ritenere concluso il periodo di freddo più intenso e relative difficoltà alimentari degli uccelli. Incominciano ad avere altro per la testa... e  granivori come insettivori trovano da mangiare nell'ambiente,  tornato meno avaro. E' dunque tempo che anche i più assidui frequentatori delle mangiatoie artificiali tornino ad alimentarsi naturalmente.

Ma è' anche tempo di vedere come è andata questa stagione invernale, se la mangiatoia che ho costruito con legno di risulta e poi inserita in giardino è stata apprezzata. Direi di si! ho messo a disposizione semi di girasole e arachidi, in gennaio ho provato anche con del mangime per insettivori che ho acquistato in un negozio per animali. Arachidi e semi di girasole fanno davvero sballare gli uccelli!

Di seguito una serie di "ritratti" che ho scattato ai più assidui frequentatori, li vedete tutti posati su un mezzo tronco che è adiacente alla mangiatoia e serve loro da tappa di avvicinamento, e a me  perchè li sono più "fotogenici". Dimenticavo, c'era anche lo scricciolo ma non si è mai posato nè sul mezzo tronco e nè sulla mangiatoia, a lui la foto l'ho scattata su un rametto vicino e la trovate alla voce relativa del menù Uccelli, in Galleria. Febbraio 2010

Nidi artificiali: linea primavera - estate 2010

Molte specie di uccelli nidificano nelle cavità degli alberi e in alcuni casi dei muri. Dunque per prima cosa sono necessari alberi e muri vecchi, dove per l'appunto possano trovare cavità. Un tempo c'erano i gelsi capitozzati che ospitavano nelle loro cavità moltissime specie, ora non più e non ci sono nemmeno alberi maturi, per non parlare di muri antichi. Si può ovviare con poco a queste condizioni critiche mettendo a disposizione i  nidi artificiali  che ci  sono in commercio o più semplicemente costruendoli da sè con pochissima spesa, anche con materiali di risulta. Basta rispettare alcune norme costruttive e di installazione e il risultato è quasi sempre assicurato. Con la fame di nidi che c'è in giro prima o poi qualche cincia o passero o torcicollo o upupa  ( queste ultime due specie sono divenute così rare che una eventuale loro nidificazione sarebbe cosa straordinaria) arriva e occupa la cassetta nido, provate per credere! Installate la cassetta in giardino, anche piccolo, purchè sia abbastanza tranquillo, i risultati non mancheranno.

Se volete acquistarli cercate su internet :"nidi artificiali" e troverete i siti dove sono in vendita o almeno ricaverete le misure per costruirli.

Di seguito vedete una rassegna dei nove nidi che ho installato quest'anno, come vedete ve ne sono per tutti i gusti, dal codirosso o pigliamosche ( cassetta aperta), al torcicollo ( foro d'ingresso di 5 cm), alle cince. Due di questi nidi, compreso quello ricavato da una cassetta per bottiglie di vino hanno già "lavorato" molto bene  negli ultimi due anni. Dimenticavo: vanno messi per tempo, al massimo entro il mese di marzo. Marzo 2010

Cacciatori e rispetto ambientale: cartucce, chi le butta? chi non le raccoglie?

 Girando per le campagne, vicine e lontane, lungo il corso di fiumi e corsi d'acqua di ogni tipo, al bordo dei sentieri e delle strade si trova una quantità impressionante di rifiuti, la plastica la fa da padrone ma ben rappresentate sono anche le bottiglie di vetro e le lattine, per non dire di quando si trovano vecchi frigoriferi e gli immancabili sanitari "scaricati" nottetempo dagli incivili e imbecilli, che non sono rari.

Si deve naturalmente pensare tutto il male possibile di tali comportamenti e dove e come possibile cercare di censurarli e sanzionarli severamente. Nello specifico si vuole però parlare di un tipo di rifiuto particolarmente diffuso in certe campagne: le cartucce vuote, lasciate a terra dopo gli spari. Sono di plastica e rimangono lì, al suolo, sfacciate, per anni, fino a quando verranno naturalmente inglobate dalla vegetazione o qualche buon'anima le raccoglierà. Già, ma chi le lascia  a terra? chi non le raccoglie? Evidentemente  le  prove indiziarie  portano naturalmente verso una categoria, i cacciatori, che  oltre che a ritenersi i "migliori difensori della natura" perchè fucilano creature che già se la passano male per loro conto, riescono anche a dare una mano alla pattumerizzazione delle campagne, senza mai una volta che  tale comportamento  venga  da loro nominato o censurato; senza mai una volta che le loro categorie promuovano una campagne di educazione verso i loro sodali. Proviamo almeno a farli sentire in colpa.....

P.S. le foto sono relative a situazioni vere, non "fabbricate", in ogni caso,  chi ne dubitasse potrebbe farsi direttamente un giro dove si caccia e poi  saprà dire...  Marzo 2010

Guardando sott'acqua

Leggendo le notizie sulle singole specie di anatre che trovate nella Galleria vi capiterà di imbattervi nella distinzione: anatre di superficie e anatre tuffatrici. Qualcuno se ne  domanderà il significato. Vuol dire che in un caso la specie in esame si nutre con il cibo -erbe, alghe, semi, invertebrati- che trova sulla superficie dell'acqua o immediatamente al di sotto di essa, prelevando il cibo immergendo la testa o la testa e il collo o rovesciandosi parzialmente a testa in giù e lasciando fuori le zampe e il posteriore. Appartengono a questo gruppo il Germano reale, l'Alzavola, la Marzaiola, la Canapiglia, il Cigno reale. L'altro gruppo, di cui fanno parte per esempio le morette, i moriglioni, gli edredoni,  ecc. prelevano il cibo sul fondo o in profondità, immergendosi completamente e nuotando sott'acqua alla ricerca di erbe o molluschi o altri invertebrati. Le tuffatrici ad un certo punto si immergono e per un po' diventano invisibili, fino a quando non riemergono, magari a qualche decina di metri dal punto in cui si sono tuffate. Le altre, quelle di superficie , "guardano sotto..", come il cigno delle foto che,  prima dà una sbirciatina verso il fondale, poi , visto che è molto basso, riesce con il lungo collo a setacciarne la base con il becco.   Marzo2010